La Cittadella
Vi avevo promesso un giro per i vicoli sotto il Duomo, ma ho cambiato idea! Cominciano le belle giornate, c’è persino un po’ di caldo e allora perché non fare una variazione sul tema e dedicarci ad un bel parco che fa tanto primavera?!
Sto parlando della Cittadella che, finalmente, è tornata ad essere praticabile dopo più di un anno di chiusura. Il parco che noi tutti conosciamo è in realtà soltanto il campo trincerato attorno alla Rocca. E’ proprio l’aggiunta di questo campo trincerato che ingloba la Rocca a renderla una vera “cittadella militare”. I lavori furono iniziati nella prima metà del 1500 per volere di papa Clemente VII che chiamò Antonio da Sangallo per seguire il progetto: una fortezza che potesse difendere la città dagli attacchi da mare dei Turchi. Durante i decenni a seguire, le successioni al soglio pontificio e l’aggiunta di modifiche ed integrazioni ai progetti di Antonio da Sangallo fecero si che la Cittadella assumesse l’aspetto attuale.
Il parco è ora divenuto di competenza della Regione che ha pensato di fare un restyling: nuova illuminazione, nuovi giochi, nuove aree attrezzate. Nessuna rivoluzione per non snaturare quello che è così familiare per noi. Però è stato aggiunto un percorso per ipovedenti o non udenti. Il percorso, grazie all’impiego di specifici accorgimenti e materiali guida permette agli ipovedenti di attraversare il parco muovendosi verso zone di sosta appositamente attrezzate. Ciottoli, legno con tabelle tattili e adeguate specie vegetali (con targhette informative in caratteri in Braille) guidano e stimolano le percezioni sensoriali quali l’olfatto e il tatto. E allora perché non provare un po’ tutti a chiudere gli occhi per un attimo e provare a riconoscere il profumo del mirto, del caprifoglio, del lillà, dell’alloro, della lavanda e del rosmarino?
A mio parere, però, la parte più suggestiva della Cittadella è quella delle cosiddette “case matte”, ovvero degli edifici militari che costituiscono la vera e propria fortezza. Le “case matte”, purtroppo, sono in restauro da anni, anzi decenni. Sono imbragate da impalcature e non agibili, ma forse qualcuno ha avuto la fortuna e l’accortezza di sfruttare la recente iniziativa del Fai per visitarle. Io ci sono stata: munita di caschetto, a metà tra un operaio e un esploratore, ho girovagato per le mura fatiscenti alla ricerca di emozioni perdute.
Oltrepassando l’ingresso del maneggio, si percorre uno stradello che corre lungo le mura perimetrali esterne e si arriva in un largo in cui si apre una galleria che sale verso le case matte (in condizioni normali ci si può fermare a sbirciare al di qua delle sbarre del cancello). Il panorama è notevole: una vista a 180° sulla città, dal porto al passetto, e l’occhio inevitabilmente corre a cercare qualche riferimento conosciuto. Casa mia, piazza Cavour, il viale e molto altro. Il grande cortile è circondato da edifici che venivano utilizzati quotidianamente dai militari che stanziavano nella fortezza. Nelle prigioni fa un certo non so che vedere il cielo limpido oltre le pesanti grate di ferro, in un cortile più piccolo c’è un argano che svetta arrugginito tra l’erba alta, tra i mattoni l’erba e il tempo hanno preso il sopravvento. Si salgono delle scale sconnesse e ripide per arrivare al piano superiore dove c’è l’antica fuciliera: file e file di telai in legno dove secoli prima alloggiavano centinaia di armi. Anche qui il tempo è padrone: il legno ha ceduto sotto il peso degli anni e dell’umidità e alcuni telai sono rovinosamente schiantati su quelli inferiori dando un sapore malinconico all’ambiente. Eppure, da qui, si apre un terrazzino speciale, quasi a picco nel vuoto che sembra sbucare nel cuore della città e tutto sembra più vicino.
Come vi ho già detto la Cittadella vede la luce, su fortificazioni preesistenti, nel lontano 1500 e allora vi lascio con una chicca storica: in passato, le famiglie nobili, usavano gli stessi abiti in tutte le stagioni dell’anno. Il vestito veniva appesantito in inverno e alleggerito in estate, aggiungendo o togliendo mantelli, sottogonne e maniche. Così, quando faceva particolarmente freddo la servitù provvedeva a sovrapporre le maniche invernali a quelle estive sugli abiti dei signori. Da qui il detto “e questo è un altro paio di maniche”!
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